Impronte degli dei: a caccia di una civiltà perduta

Il bestseller di Graham Hancock che ha riacceso il dibattito sulle origini della civiltà: Sfinge, mappe impossibili, diluvi e memorie di un mondo dimenticato.

Pubblicato il di Redazione New Utopia2 min di lettura
La Grande Sfinge di Giza con la piramide di Chefren alle spalle

Se c’è un libro che ha trasformato l’archeologia misteriosa in un fenomeno mondiale, è Impronte degli dei (Fingerprints of the Gods, 1995) di Graham Hancock.

Chi è Graham Hancock

Prima di diventare l’eretico più famoso dell’archeologia, Hancock era un giornalista rispettabilissimo: corrispondente dall’Africa orientale per l’Economist, autore di inchieste dure sugli aiuti internazionali. Fu un viaggio in Etiopia — sulle tracce dell’Arca dell’Alleanza per il suo libro precedente — a fargli cambiare strada: da lì cominciò a collezionare anomalie storiche come altri collezionano francobolli. Impronte degli dei è il risultato di anni passati tra Giza, le Ande e lo Yucatán, con la moglie Santha a fotografare ogni pietra.

Di cosa parla

Hancock parte da una serie di anomalie: mappe antiche che sembrano mostrare coste libere dai ghiacci, l’erosione della Sfinge che alcuni geologi datano a molto prima dei faraoni, i miti del diluvio ripetuti identici in culture lontanissime, le incredibili conoscenze astronomiche di popoli “primitivi”. La sua tesi: tutte queste tracce sarebbero le impronte di una civiltà avanzata perduta, spazzata via da un cataclisma alla fine dell’era glaciale — e i cui sopravvissuti avrebbero seminato conoscenza tra i popoli del mondo.

Perché è un cult

Perché Hancock scrive benissimo: il libro si divora come un thriller, e ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. E perché pone una domanda affascinante e legittima: conosciamo davvero tutta la storia dell’umanità? La scoperta di siti come Göbekli Tepe — emerso dagli scavi proprio dopo l’uscita del libro, con i suoi 11.000 anni — ha mostrato che il passato sa ancora sorprenderci, e ha dato nuova linfa alle sue domande. Non a caso, trent’anni dopo, Hancock è tornato in auge con la serie Netflix Ancient Apocalypse.

Con occhio critico

L’archeologia accademica respinge la tesi della civiltà perduta, e molte “prove” del libro hanno spiegazioni convenzionali documentate. Gli studiosi accusano Hancock di scegliere solo gli indizi che gli fanno comodo; lui risponde che l’accademia difende il suo recinto. Leggilo come va letto: un’ipotesi affascinante raccontata da un grande narratore, non un manuale di storia — e goditi il viaggio.

Da leggere se: ami la Sfinge, i miti del diluvio e l’idea vertiginosa che la nostra storia abbia un capitolo zero ancora da scrivere. Da abbinare al nostro articolo su Göbekli Tepe.

Fonti e approfondimenti

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